27 settembre, 2009

...sfogo...

Buongiorno.
Le luci della città si stanno accendendo, il sole sta tramontando.
Buongiorno.

Occhi stanchi mi guardano allo specchio.
Si entra in scena di nuovo, passando da dietro le quinte, guardando la platea colma di occhi che non vedono, vitrei, lattiginosi, vuoti.
Dal palco osservo lo spettacolo della platea.
Raccapricciante.
Brividi corrono lungo la schiena.
Burattini nella mano di chi?
E per quale scopo?
Chi ha scritto questo copione?
E quale è la morale?

Guardo la mia mano, e scopro un filo.
Alzo lo sguardo.
Burattinaio di me stesso.
Anche io.
Sono stanco, eppur mi muovo, ma da dove vengono le mie forze?
Potrei lasciarmi guidare dai fili, a peso morto, perchè è così...faticoso...
Eppur il mio orgoglio ripudia queste sottili catene.
Si ribella l'anima, con ferocia, alterigia e fierezza.
I riflettori su di me.
Cosa farò?

Cerco di strapparmi questi fili, anche se fa male.
E' come svegliarsi dopo un'operazione e togliersi gli aghi confittati nella pelle, nella testa e nel cuore.
E vorrei gridare, ma non ci sono energie per farlo.
O meglio, perchè urlare quel grido che è l'unico briciolo di umanità a questo pubblico di marionette?
Con quale fine, poi?
Non capirebbero, non avrebbe senso.
Risparmio le energie.

Perchè la mente vuole che il corpo sia libero, la mente vuole portare il corpo via da tutto questo.
Ma il corpo è stanco, forse anche l'anima, di tutto questo.
Sforzi vani nel tormento.

Qualche filo si stacca, ma il corpo invece di sostenersi, cede.
E' questa la debolezza.
Fili si annodano in grovigli sempre più difficili da districarsi,
facendomi assumere pose sempre più grottesche, contorte...dolorose.

Faccia a terra ai piedi di me stesso.
L'anima si ribella, o pubblico morto.
Tesse le sue malie di rabbia e dolore sul corpo.
Convulsioni.

E' l'anima che si vuole riprendere il corpo.
Prima che il mio sguardo si spenga.
Lotta contro il tempo.
Non importa dove, basta che sia via da questo teatro degli orrori.

Maledico le mie debolezze.
Avanti, anima, fai reagire il mio corpo.
Dolore, tormento.
Le lacrime, sigillate di nuovo dentro bauli di pietra, pesano da togliere il fiato.

Con la guancia a terra, vedo l'uscita da questo palco.
C'è la luce del sole laggiù.
Tendo la mano verso di essa e cerco di strisciar via.

Stanco di questo spettacolo.
Ma i fili mi bloccano.
Spero che le forze mi bastino.
Le metto da parte, e mi lascio a peso morto.
Sperando che servano a cambiare il copione.

Non c'è voce da parlare.
Non c'è nulla che io debba dire.
Solo che i fatti parlano da soli, in maniera inequivocabile e obiettiva.
Ma nessuno li vede.
Nessuno li dice.
Eppure il groviglio di fili e nodi c'è.
Proverò a districarli.
Mi scoccia.
Mi porterà via parecchio tempo.
Ma non so se di tempo ne avrò.

E tutto qui si sta sbiadendo.
Sarà la mia vista che vien meno oppure è la realtà?
Chi dirmelo potrà?

Sorriso, anzi, smorfia.
"Domanda senza senso, risposta non avrai,
ma tu continua a farla, è l'unica che hai"

Già, tanto è sempre così.
Non c'è via di fuga.

Mi inchino al pubblico con gesto vuoto.
Non merita la mia presenza questa platea.

Voglio liberarmi da tutto questo peso che sento.

Ma non ricordo come si fa.

Ed è tutto più difficile.

Dannazione.



...sfogo...
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[Luca De Simone]