Sabato mattina avrei potuto dormire.
Ma mi sono infilato le scarpe da ginnastica e, assonnato, sono andato a comprare gelato, cioccolato fondente e tante mele.
Alla cassa, un signore mi ha fatto passare avanti a lui, ritardando il suo turno.
Buffo, di solito l’ho sempre fatto io.
Veramente buffo.
Sorrido.
Nel tornare a casa ho osservato il cielo, coperto di nuvole, grigio.
Ne ho respirato a pieni polmoni l’aria umida e fresca.
La adoro.
Mi fa sentire a casa.
Mi dice che di lì a poco pioverà.
E quando finisce di piovere di solito c’è il sole.
Non sempre, ma è per questo che attendo sognatore e fiducioso.
Ho sempre amato la pioggia.
Sentire l’acqua di tutto il cielo sconfinato sulla mia pelle.
L’aria umida e fresca del cielo è un po’ come i campi di grano della volpe de “Il Piccolo Principe”.
Rievoca bei momenti.
Per questo ho respirato a pieni polmoni.
Nel tornare a casa per l’ennesima volta si è forata la ruota della mia bici.
È da quando mi sono spaccato la mano cadendo che continua a forarsi.
Se fosse successo qualche giorno fa sicuramente mi sarei inviperito alquanto.
Ora la cosa mi sfiora appena.
Ora so che per risolvere il problema dovrò cambiare il cerchio.
Per esclusione, alla fine ci sono arrivato.
Alla faccia dei numerosi meccanici che nonostante le mie indicazioni hanno solamente cambiato la camera d’aria o messo delle toppe.
“Sì, sì! È tutto a posto!”
Come no.
Da quando mi sono rotto la mano molte cose sono cambiate in me, non solo a livello fisico.
La calligrafia non è più la stessa.
A scherma si affatica molto facilmente.
Ho avuto paura che non avrei potuto più disegnare e suonare la chitarra.
Per compensare la sua non mobilità ho stimolato la parte mancina della mia ambidestria.
So che mai sarà più come prima.
Sarà diverso.
Come il mio modo di vedere le cose di adesso: un po’ più mancino.
Un ambidestrismo un po’ più equilibrato rispetto al prima.
Sono tornato a casa. Non sono uscito più.
Avrei potuto mettere ordine in casa, caricare la lavatrice, farmi da mangiare, studiare, andare in ferramenta per comprare i chiodi per appendere foto e quadri che voglio appendere da febbraio.
Avrei potuto uscire, fare un po’ di esercizio, o suonare la chitarra.
O portare la bicicletta dal meccanico per l’ennesima volta, o tanto altro.
Avrei potuto.
Ma ho preferito fare ordine.
Dentro di me.
Dopo 8 giorni ho deciso di riaccendere il telefono.
Nessuna chiamata.
Nessun messaggio.
Volevo far la ricarica al cellulare, ma mi è passata la voglia.
Devo ricordarmi di aspettarmi nulla dagli altri.
Di non aspettare qualcosa ad un telefono che non squilla.
Se non squillerà, sarà cambiato nulla.
Se squillerà sarà una piacevole sorpresa.
Ho acceso lo stereo.
Playlist: all.
Da Liszt ai Death, dalla Fitzgerald a Jamiroquai, da Eminem a Gigi D’Ag, dai Linea 77 agli Apocalyptica.
Più tutto quello che c’è nel mezzo.
Shuffle: on.
Sdraiato sulla poltrona a gambe incrociate ho esplorato nuovamente le mie cartelle, quelle in cui ci sono tutti i bigliettini, lettere, cartoline, foto e piccoli oggetti che appartengono a momenti particolari vissuti intensamente.
Di quelli che mi basta chiudere gli occhi per riviverli come fosse ora.
Speciali a me.
Il mio micio era contento di vedermi.
Mentre leggevo si è accoccolato sulle mie gambe.
Mi ha osservato a lungo, fino ad assopirsi.
Ha degli occhi molto belli: verde chiaro chiaro con sfumature azzurre vicino alla pupilla e screziature gialle vicino alla sclera.
Li ho scrutati mentre ci coccolavamo tra una lettera e una cartolina, tra una fusa e l’altra.
Occhi di chi non sa, ma percepisce.
Come quelli di un bambino.
Proprio quelli che ho smarrito da qualche parte.
Occhi di cui prendersi cura e proteggere da iniquità e da cattiveria che non meritano di conoscere.
Per proteggerne la serenità, anche solo per quella frazione di secondo in più, insignificante all’orologio, ma che forse è proprio tutto per me.
Come il tempo che passa dall’alba al tramonto per un insetto che vive un solo giorno.
Tutta una vita.
Ho letto ed ho sbirciato oltre le righe, scoprendo il perché mi sono seduto sulla poltrona, attorniato da riflessi del mio passato.
Il perché ho deciso di conservarlo per non dimenticare.
Per tutta la vita che racchiudono e custodiscono.
Perché sono raggi di sole capaci di raggiungere la faccia oscura della mia luna.
E questo dice tutto.
Una dimensione.
Tempo, spazio e tutto il resto.
Un luogo.
E fa parte di me. Della mia natura.
Forse vedo sfocato perché la vita vuole che prima io ritorni a percepire.
Chissà se mi ricordo ancora quella piccola magia.
Dunque, vediamo…
…sì, iniziava proprio così:
Una favola corre sulle ali del vento:non potrai stringerla tra le mani,ma, se vorrai, potrà sfiorarti e farti sognare...perché la vita è il respiro dopo l'apnea:baciala con l'anima.
...tempo nell’anima...
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[Luca De Simone]
[Luca De Simone]
