20 aprile, 2007

...nel canto del silenzio...


Sono giorni silenziosi, questi.
Non tanto per i pensieri: quelli ci sono sempre.
Non so se siano giorni difficili o facili.
Sono semplicemente giorni.
E cerco di viverli.
Come meglio riesco.

Non canto, ma non sto pensando alle parole che dovrò cantare.
Il mio silenzio di ora: è questo il mio canto di adesso.
E lo ascolto.

E’ il mio canto che domanda con rassegnata curiosità il perché l’insonnia sia venuta ad abbracciarmi nuovamente, come un’amante che si infila sotto le mie lenzuola.
Ma non è questa l’amante con cui amare insieme.
E’ un’amante di segreti e di albergo dalla sigaretta accesa dopo essersi data.
La osservo mentre la vedo dare un tiro alle mie ore di sonno, con freddezza mi rendo conto del perché sono in questo letto disfatto.
Non posso dire che non l’ho cercata.

E’ un canto silenzioso, fatto di disegni tracciati sull’acqua, di impressioni e di emozioni che sono tutto.
Che sono tutta la mia libertà di essere.
La mia libertà di camminare scalzo.
Ma sento la camicia darmi fastidio.
Qualche catena c’è.
È una settimana che vesto di nero.

E’ un canto onirico di segreti che hanno un luogo in cui trovano pace, e di altri che mutano la loro parvenza in spettri tormentati che inquietano, agognanti redenzione…o comprensione.
Di pensieri immateriali che hanno un luogo nella realtà.
Come il sorriso di un bimbo per la felicità.
Come un morbido cuscino da stringere a se.
Come una tomba su cui piangere e confidare i segreti più intimi, come quella di mia sorella, di cui pochi sanno. E meno ancora se ne curano. Ma c’è, ed è un segreto che custodisco nel cuore, non solo con dolore, ma anche con la serenità di sapere dove è. Con la serenità di sapere chi è lei per me.
Perché continuo a tenerla viva nel mio quotidiano, nei miei sorrisi, nei miei respiri, nelle mie gentilezze. Da 7 anni.
7 anni in cui chi non mi conosce pensa sia viva.
7 anni in cui chi mi conosce il massimo che saputo fare è stato dire “Uh…non lo sapevo. Mi dispiace”. Ed è proprio qui che mi sono reso conto che forse nessuno di questi può comprendere il legame che c’è e che c’è amorevole serenità fraterna in tutto questo, e che non è un tabù.
Perché c’è un luogo per lei. Nella terra. Nei miei neuroni. Nel mio cuore.
Luoghi di carne, vetro e pietra che inconsciamente sono l’asta del funambolo che sono, in equilibrio.
Luoghi che sono confinati, finiti, limitati.
Luoghi che hanno un posto preciso.
Per cercarli.
Per tenerli lontani.
Per dimenticarli.
O per viverli.
Perché un luogo, ovunque e qualunque sia, è pur sempre un rifugio.

E’ un canto di interdizione per tutto ciò che non ha luogo.
Per tutti quei fantasmi senza pace. Per tutto ciò per cui non ho trovato ancora un luogo adatto.
O che semplicemente desidero non alberghino in me.
Tormento che nasce dal rifiuto di accettare che probabilmente fanno parte di me, come i miei respiri.
Un’interdizione che è un nodo aggrovigliato e difficile da sciogliere, che, riservata, celo dietro finti sorrisi.
Perché sono il Baro e sono seduto al tavolo ancora una volta. Non per vincere, ma per addomesticarmi.
Una proibizione che non si può dire, ma solo osservare.
Solo i suoi contorni sfocati.
Come un dipinto impressionistico.
Astigmatico io.
Sto solo cercando gli occhiali.
Strano, eppure li avevo messi qui.
Allora vedrai che saranno probabilmente di là.

E’ un canto la cui dissonanza è melodia, forse cruda, ma reale, fatta di note scordate di qualche ottava in bemolle, altre troppo tese in diesis ed il resto meramente stonate, in attesa del canto accordato vero e proprio.
Per ora il coro vocia il proprio consiglio a più voci.
Fai come me, soprattutto quando vado di fretta: arrangiati.
Ed è forse la verità ovvia più utile che mi è stata offerta da un perfetto sconosciuto.
Fai come me: arrangiati.
Non è di consigli ciò di cui ho bisogno ora, ma di contatto, vicinanza.
Arrangiati.
Così, senza lamentarmi, mi arrangio e vedo ciò che riesco a tirare fuori dal cilindro.
Non per rinfacciare, ma per battezzarmi nel fuoco.
Per vedere fino a dove posso seguire il mio karma e il suo principio di causa ed effetto.
Perché alla fine sono conscio di farcela: devo solo scegliere la strada da percorrere.
Amando la libertà del mio essere, sceglierò, come sempre, il sentiero che ancora non è stato battuto, lasciando il segno del mio passaggio per primo.

E’ il canto dell’istante in cui l’occhio si chiude perché prendendo velocità in curva, piegando con la moto, ho avuto paura di sfiorare il mio volto sull’asfalto.

Ora c’è il rettilineo e la velocità aumenta.
La strada ora è mia.
Non mi importa se potrò cadere rovinosamente. So che prima o poi succederà. E saprò chi realmente sono da come mi rimetterò in piedi e tornerò a correre.

Dicono che sono un angelo. Non ci ho mai creduto.

Ma sto dispiegando le ali per prendere il volo...


...nel canto del silenzio...
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[Luca De Simone]