Nulla oltre lo specchio.
Null’altro che riflessi di verità ovvie e inutili di una realtà sempre più squallida e raccapricciante.
E più passa il tempo e più mi convinco che le persone non sfuggiranno mai alla loro natura: umana, imperfetta, animale.
Perchè guardarsi allo specchio, allora? Per compiacersi dell’illusione di ciò che gli occhi stessi desiderano vedere e, appunto per ciò, vedono? O per cercare di vedere la propria coscienza in un oggetto, in senso letterale o figurato?
Non ha molto senso, almeno per me, ora.
Tutto l’universo è governato dalle armoniose leggi della natura. Egli parla il linguaggio della matematica in ogni suo gesto, e in questo si manifesta, ora in un gigantesco pianeta sferico che ruota attorno al suo sole, ora in un minuscolo atomo al centro di sferici elettroni orbitanti. Alla stessa maniera.
Il prodigioso macrocosmo e microcosmo, uniti da un inscindibile, arcano e ineffabile legame.
La perfezione della simmetria minerale, vegetale e animale.
Tutto fa parte di tutto, in quell’unico istante in cui tutto l’universo è concentrato, genesi e nemesi di se stesso.
Io credo che non si possa sfuggire a questo e, pertanto, nessuno può sfuggire alla propria natura.
Ogni forma della vita e della morte, del tempo e del non-tempo, ogni cosa...ognuna di queste cose non sono altro che cellule di uno stesso corpo. Miliardi, fantastiliardi di cellule.
Siamo variabili e costanti di un sistema, se consciamente o inconsciamente siamo soggetti alle sue regole, alle sue procedure, alle sue funzioni.
Nessuno è al di sopra di questo.
L’incedere del tempo assoggetta ogni cosa, ogni persona. Tutti invecchiamo, cambia solo il “come”, ma il “quando” è inevitabile.
Così come non si può sfuggire al karma, al principio elementare di causa e di effetto.
Dopo tanto tempo forse le persone si sono dimenticate che altro non sono che animali, senzienti pur quanto lo si voglia o si desideri, ma pur sempre animali. E come tali agiscono secondo i loro istinti più reconditi e inconsci, primordiali e dominanti: paura e sopravvivenza.
E la cosa triste che noto è che questo mondo è dominato da persone che sono conscie di questo, e sfruttano questi istinti per speculare, per mantenere prestigio, controllo, obbedienza.
Davanti a queste persone, tutto il resto del mondo è solo un numero, una statistica.
Del 95% commercialmente riflessiva, del 5% commercialmente impulsiva alle “impressioni” che gli si mostra in un dato istante. Riflessivi che dopo magari un minuto o un’ora, soggetti ad una nuova esposizione, potrebbe diventare a far parte di quel 5%, e viceversa.
Un mondo dominato dall’illusione, da un velo che attentamente benda i nostri occhi per non destarci da questa specie di sogno, per non farci scoprire che in realtà non siamo altro che numeri in un sistema, prevedibili da schemi ben precisi, prigionieri di una gabbia che senza catene imprigiona le nostre menti.
Sedati in un coma farmacologico molto profondo per non far destare la coscienza da un letargo sempre più deleterio.
Per questo vengono mostrate noi delle foto da catalogo di uno splendido pianeta blu chiamato Terra, pulito, da sogno: la realtà è che quello splendido pianeta blu è circondato da centinaia e centinaia di satelliti orbitanti, spazzatura nello spazio, grandi occhi del Grande Fratello che ci domina.
La verità è sotto il nostro naso. Lo è sempre stata. Ma non troviamo mai la forza di guardarla, per timore, per buona ignoranza.
Perchè forse ciò di cui ci importa particolarmente non è l’equilibrio naturale della vita, ma come bambini capricciosi ci importa solamente soddisfare nell’immediato le nostre necessità primarie, tutto per un massiccio rilascio di serotonina che, drogandoci, ci fa sentire appagati di una felicità alquanto discutibile e relativa, e molto illusoria. Ma per istinto di sopravvivenza è più comodo trovare giustificazioni metafisiche e soggettive, perchè la conoscenza della realtà spingerebbe al nichilismo, al vittimismo di massa, spinti da un senso di futilità che priverebbe ogni gesto delle proprie ali per spiccare il volo.
Meglio trovare giustificazioni per rendere il tutto più sopportabile.
E nel frattempo c’è chi gioca a fare giochi di prestigio, agitando la mano destra per muovere in sordina quella sinistra, perpetrando l’illusione di una magia che non esiste, se non il desiderio che questa esista solo nelle nostre menti.
Il prodigioso inganno di una fiaba censurata, per perpetrare l’illusione, la sottomissione, il controllo.
E’ il pifferaio magico che porta, ammaliandoli, i bambini del reame al dirupo a morire perchè il re avido non vuole ricompensare il pifferaio stesso per essersi sbarazzato dei topi. Ma questo chiaramente è stato censurato. Tutti vissero felici e contenti. La realtà è che non è onestamente veritiero.
Non ne sono certo, ma credo che stia proprio qui la differenza tra gli animali ordinari e l’uomo: forse l’animale “sa” già quali sono le regole del gioco, e con dignità le riconosce e le accetta.
E’ il cervo che guarda negli occhi il lupo affamato e gli dice che oggi non è pronto a morire e che non è la sua ora.
Un animale agisce di istinto, non mente come l’uomo.
Si parla tanto di evoluzione, ma ciò che mi domando è questo: a cosa sono valsi oltre quattromila anni di evoluzione dell’uomo? Dove è che si è evoluto? Non è la tecnologia a fare evolvere, perchè gli animali, gli insetti, a loro non gliene frega nulla di avere un cellulare o la carta di credito, eppure si sono evoluti in forma, struttura. Posso dire forse altrettanto dell’uomo? No. Forse sarà diventato più resistente alle malattie comuni, grazie alla sovrabbondanza di cibo tende a vivere una manciata di più di anni. Ma se si vanta tanto dell’intelletto e della ragionevolezza dell’uomo, ciò per cui egli si contraddistingue dagli altri animali, si può dire che l’uomo sia diventato “cosciente” di se stesso? No, sempre di meno, o diabolicamente troppo.
Agnelli sacrificali in un recinto di lupi trai lupi. Una favola alla rovescia.
Governato dal denaro, ormai diventato l’unità di misura della sopravvivenza in un’epoca di consumismo sfrenato, non è cambiato di una virgola rispetto a 4000 anni fa: la sola differenza è che non combatte scagliandosi pietre, ma lanciando missili.
Anzichè mantenere i valori, addizionandoli nel tempo, proprio per voler soddisfare il proprio intrinseco e inconscio desiderio di appagarsi tutto e subito, egli è causa stessa del suo declino.
Perchè senza manutenzione, anche il più bell’edificio è destinato a soccombere alle ingiurie del tempo.
Poichè senza cure, la pianta muore.
Per questo guardo attraverso lo specchio e vedo nulla.
Mi guardo attorno e vedo solo morti che camminano in un mondo di morti, e questi ultimi, nella dignità della loro morte, sembrano più vivi dei vivi, in una parodia che sembra senza fine. Forse addirittura inutile.
Null’altro che riflessi di verità ovvie e inutili di una realtà sempre più squallida e raccapricciante.
E più passa il tempo e più mi convinco che le persone non sfuggiranno mai alla loro natura: umana, imperfetta, animale.
Perchè guardarsi allo specchio, allora? Per compiacersi dell’illusione di ciò che gli occhi stessi desiderano vedere e, appunto per ciò, vedono? O per cercare di vedere la propria coscienza in un oggetto, in senso letterale o figurato?
Non ha molto senso, almeno per me, ora.
Tutto l’universo è governato dalle armoniose leggi della natura. Egli parla il linguaggio della matematica in ogni suo gesto, e in questo si manifesta, ora in un gigantesco pianeta sferico che ruota attorno al suo sole, ora in un minuscolo atomo al centro di sferici elettroni orbitanti. Alla stessa maniera.
Il prodigioso macrocosmo e microcosmo, uniti da un inscindibile, arcano e ineffabile legame.
La perfezione della simmetria minerale, vegetale e animale.
Tutto fa parte di tutto, in quell’unico istante in cui tutto l’universo è concentrato, genesi e nemesi di se stesso.
Io credo che non si possa sfuggire a questo e, pertanto, nessuno può sfuggire alla propria natura.
Ogni forma della vita e della morte, del tempo e del non-tempo, ogni cosa...ognuna di queste cose non sono altro che cellule di uno stesso corpo. Miliardi, fantastiliardi di cellule.
Siamo variabili e costanti di un sistema, se consciamente o inconsciamente siamo soggetti alle sue regole, alle sue procedure, alle sue funzioni.
Nessuno è al di sopra di questo.
L’incedere del tempo assoggetta ogni cosa, ogni persona. Tutti invecchiamo, cambia solo il “come”, ma il “quando” è inevitabile.
Così come non si può sfuggire al karma, al principio elementare di causa e di effetto.
Dopo tanto tempo forse le persone si sono dimenticate che altro non sono che animali, senzienti pur quanto lo si voglia o si desideri, ma pur sempre animali. E come tali agiscono secondo i loro istinti più reconditi e inconsci, primordiali e dominanti: paura e sopravvivenza.
E la cosa triste che noto è che questo mondo è dominato da persone che sono conscie di questo, e sfruttano questi istinti per speculare, per mantenere prestigio, controllo, obbedienza.
Davanti a queste persone, tutto il resto del mondo è solo un numero, una statistica.
Del 95% commercialmente riflessiva, del 5% commercialmente impulsiva alle “impressioni” che gli si mostra in un dato istante. Riflessivi che dopo magari un minuto o un’ora, soggetti ad una nuova esposizione, potrebbe diventare a far parte di quel 5%, e viceversa.
Un mondo dominato dall’illusione, da un velo che attentamente benda i nostri occhi per non destarci da questa specie di sogno, per non farci scoprire che in realtà non siamo altro che numeri in un sistema, prevedibili da schemi ben precisi, prigionieri di una gabbia che senza catene imprigiona le nostre menti.
Sedati in un coma farmacologico molto profondo per non far destare la coscienza da un letargo sempre più deleterio.
Per questo vengono mostrate noi delle foto da catalogo di uno splendido pianeta blu chiamato Terra, pulito, da sogno: la realtà è che quello splendido pianeta blu è circondato da centinaia e centinaia di satelliti orbitanti, spazzatura nello spazio, grandi occhi del Grande Fratello che ci domina.
La verità è sotto il nostro naso. Lo è sempre stata. Ma non troviamo mai la forza di guardarla, per timore, per buona ignoranza.
Perchè forse ciò di cui ci importa particolarmente non è l’equilibrio naturale della vita, ma come bambini capricciosi ci importa solamente soddisfare nell’immediato le nostre necessità primarie, tutto per un massiccio rilascio di serotonina che, drogandoci, ci fa sentire appagati di una felicità alquanto discutibile e relativa, e molto illusoria. Ma per istinto di sopravvivenza è più comodo trovare giustificazioni metafisiche e soggettive, perchè la conoscenza della realtà spingerebbe al nichilismo, al vittimismo di massa, spinti da un senso di futilità che priverebbe ogni gesto delle proprie ali per spiccare il volo.
Meglio trovare giustificazioni per rendere il tutto più sopportabile.
E nel frattempo c’è chi gioca a fare giochi di prestigio, agitando la mano destra per muovere in sordina quella sinistra, perpetrando l’illusione di una magia che non esiste, se non il desiderio che questa esista solo nelle nostre menti.
Il prodigioso inganno di una fiaba censurata, per perpetrare l’illusione, la sottomissione, il controllo.
E’ il pifferaio magico che porta, ammaliandoli, i bambini del reame al dirupo a morire perchè il re avido non vuole ricompensare il pifferaio stesso per essersi sbarazzato dei topi. Ma questo chiaramente è stato censurato. Tutti vissero felici e contenti. La realtà è che non è onestamente veritiero.
Non ne sono certo, ma credo che stia proprio qui la differenza tra gli animali ordinari e l’uomo: forse l’animale “sa” già quali sono le regole del gioco, e con dignità le riconosce e le accetta.
E’ il cervo che guarda negli occhi il lupo affamato e gli dice che oggi non è pronto a morire e che non è la sua ora.
Un animale agisce di istinto, non mente come l’uomo.
Si parla tanto di evoluzione, ma ciò che mi domando è questo: a cosa sono valsi oltre quattromila anni di evoluzione dell’uomo? Dove è che si è evoluto? Non è la tecnologia a fare evolvere, perchè gli animali, gli insetti, a loro non gliene frega nulla di avere un cellulare o la carta di credito, eppure si sono evoluti in forma, struttura. Posso dire forse altrettanto dell’uomo? No. Forse sarà diventato più resistente alle malattie comuni, grazie alla sovrabbondanza di cibo tende a vivere una manciata di più di anni. Ma se si vanta tanto dell’intelletto e della ragionevolezza dell’uomo, ciò per cui egli si contraddistingue dagli altri animali, si può dire che l’uomo sia diventato “cosciente” di se stesso? No, sempre di meno, o diabolicamente troppo.
Agnelli sacrificali in un recinto di lupi trai lupi. Una favola alla rovescia.
Governato dal denaro, ormai diventato l’unità di misura della sopravvivenza in un’epoca di consumismo sfrenato, non è cambiato di una virgola rispetto a 4000 anni fa: la sola differenza è che non combatte scagliandosi pietre, ma lanciando missili.
Anzichè mantenere i valori, addizionandoli nel tempo, proprio per voler soddisfare il proprio intrinseco e inconscio desiderio di appagarsi tutto e subito, egli è causa stessa del suo declino.
Perchè senza manutenzione, anche il più bell’edificio è destinato a soccombere alle ingiurie del tempo.
Poichè senza cure, la pianta muore.
Per questo guardo attraverso lo specchio e vedo nulla.
Mi guardo attorno e vedo solo morti che camminano in un mondo di morti, e questi ultimi, nella dignità della loro morte, sembrano più vivi dei vivi, in una parodia che sembra senza fine. Forse addirittura inutile.
Per quanto tutto questo sia più o meno discutibile, rimane il fatto che l’uomo agisce di impulsi, non tanto più diversamente da una macchina, da un programma, da un animale.
Siamo tutti al di sotto dello stesso cielo, che immensamente sovrasta le nostre piccole menti, piccole per dimensioni e per capacità di comprendere ciò che è forse troppo grande per loro. E per me, che non mi ritengo al di sopra di tutto ciò, ma solo vagamente e infinitesimamente un po’ più cosciente, consapevole del fatto che magari mi sto sbagliando, illuso di sbirciare oltre l’imponente velo d’innanzi al mio sguardo.
Siamo tutti al di sotto dello stesso cielo, che immensamente sovrasta le nostre piccole menti, piccole per dimensioni e per capacità di comprendere ciò che è forse troppo grande per loro. E per me, che non mi ritengo al di sopra di tutto ciò, ma solo vagamente e infinitesimamente un po’ più cosciente, consapevole del fatto che magari mi sto sbagliando, illuso di sbirciare oltre l’imponente velo d’innanzi al mio sguardo.
E’ che mi sento stanco nell’osservare copioni che sempre si ripetono e mai non cambiano, se non di scenario. La trama è la stessa. La sostanza non cambia.
Difficile rompere la catena. Anche perchè il colore che vedono i miei occhi, per quanto io possa descriverlo, non sarà mai e poi mai lo stesso colore che vedono i tuoi di occhi.
Siamo ciechi con gli occhi aperti.
Infanti con una pistola carica in mano.
Siamo ciechi con gli occhi aperti.
Infanti con una pistola carica in mano.
4000 anni e più di storia, di epoche passate e civiltà differenti. Io? Spezzare la catena tessendo un nuovo fato? No, non posso.
Per il sempice e appurato fatto che la mia libertà termina laddove inizia quella degli altri. Libertà che difendiamo a spada tratta, con veemenza, d’innanzi agli ostili e prevaricatori, ma che con dignità e umiltà cediamo alle persone che amiamo.
Già, libertà...cosa è la libertà? Cos’è l’amore? E a queste domande, rispondendomi, mi accorgo di fare parte del sistema, con tutto ciò che, purtroppo o per fortuna, implica.
Forse sarebbe più opportuno parlare di equilibrio e armonia. Sarebbero più logiche e matematiche come parole.
Se l’universo fosse gorvernato, cosa che io penso, da un’ottica boolenana, matematicamente o zero o uno, all’uomo poco importa la probabilità che gli eventi abbiano, gli importa di più credere che accada quelli a lui favorevoli.
Si rifugia nell’illusione di vincere al superenalotto per sistemarsi una volta per tutte, senza considerare l’infinitesima probabilità di vincita, matematicamente più bassa di quella di trovare un portafoglio pieno zeppo di soldi sul marciapiede. Egli non si avvede del fatto che i soldi del montepremi sono i risparmi di tanti disperati o sognatori che puntano tutto su quell’uscita. Una scommessa che vincerla sarebbe come rubare alla brava gente. Non dico che sia sbagliato sognare. Lo dico io stesso che sono un sognatore accanito, e non nel senso che gioco di azzardo, ma mi piace sognare. Dico solo che quasi sempre ciò che ci viene posto d’innanzi agli occhi ci dissuade dall’andare oltre.
Proprio come essere davanti al mare e mirare l’orizzone, senza domandarsi per un solo attimo dove questi finisca, se sia infinito, o quanto sia immenso, o se si tratti semplicemente di un illusione del nostro sguardo, o solo un suo limite visivo.
Coscienza di ciò che si è, di ciò che si pensa.
E’ questo che si sta perdendo.
E’ per questo che provo rammarico.
Perchè le persone confondono il profondo rispetto per debolezza, la disponibilità per stupidità, la gentilezza per falsità o opportunismo. Dico che questo limiti molto le manifestazioni di ciò che realmente siamo.
Molto spesso mi domando: quando la mia anima urla di gioia o di dolore, di chi è il grido che sento?
Per il sempice e appurato fatto che la mia libertà termina laddove inizia quella degli altri. Libertà che difendiamo a spada tratta, con veemenza, d’innanzi agli ostili e prevaricatori, ma che con dignità e umiltà cediamo alle persone che amiamo.
Già, libertà...cosa è la libertà? Cos’è l’amore? E a queste domande, rispondendomi, mi accorgo di fare parte del sistema, con tutto ciò che, purtroppo o per fortuna, implica.
Forse sarebbe più opportuno parlare di equilibrio e armonia. Sarebbero più logiche e matematiche come parole.
Se l’universo fosse gorvernato, cosa che io penso, da un’ottica boolenana, matematicamente o zero o uno, all’uomo poco importa la probabilità che gli eventi abbiano, gli importa di più credere che accada quelli a lui favorevoli.
Si rifugia nell’illusione di vincere al superenalotto per sistemarsi una volta per tutte, senza considerare l’infinitesima probabilità di vincita, matematicamente più bassa di quella di trovare un portafoglio pieno zeppo di soldi sul marciapiede. Egli non si avvede del fatto che i soldi del montepremi sono i risparmi di tanti disperati o sognatori che puntano tutto su quell’uscita. Una scommessa che vincerla sarebbe come rubare alla brava gente. Non dico che sia sbagliato sognare. Lo dico io stesso che sono un sognatore accanito, e non nel senso che gioco di azzardo, ma mi piace sognare. Dico solo che quasi sempre ciò che ci viene posto d’innanzi agli occhi ci dissuade dall’andare oltre.
Proprio come essere davanti al mare e mirare l’orizzone, senza domandarsi per un solo attimo dove questi finisca, se sia infinito, o quanto sia immenso, o se si tratti semplicemente di un illusione del nostro sguardo, o solo un suo limite visivo.
Coscienza di ciò che si è, di ciò che si pensa.
E’ questo che si sta perdendo.
E’ per questo che provo rammarico.
Perchè le persone confondono il profondo rispetto per debolezza, la disponibilità per stupidità, la gentilezza per falsità o opportunismo. Dico che questo limiti molto le manifestazioni di ciò che realmente siamo.
Molto spesso mi domando: quando la mia anima urla di gioia o di dolore, di chi è il grido che sento?
E’ da questa domanda che parto, di fronte allo specchio, chiudendo gli occhi e iniziando a cercare le risposte dentro di me, che porto alle spalle oltre 4000 anni di evoluzione, che porto in me scintille di infinito universo e di microcosmo, che porto in me la fragilità e la cecità della mia razza, l’errore e la maturità della mia età, la dignità e l’umiltà di tutte le dita che mi sono state puntate contro a giudizio, in silenzio, e le colpe e le segrete sofferenze dell’anima per essere la persona che sono, imprigionato in un sistema che non so se cambierà mai.
Imprigionato dalle menti altrui nel torpore di un sonno dentro il sonno, imprigionato dentro un nero specchio di incognite e verità che mi sembrano ovvie, ma che forse in realtà non lo sono così tanto, ovvie.
Spero di trovare lucidità al centro di tutta questa convulsione, in cui la mia anima giace spaccata in due, tra l’eterna decisione tra ciò che è veramente necessario al microcosmico equilibrio e tra ciò che può alleviare la sofferenza del momento.
Siamo troppo drogati di noi stessi, è questo il guaio.
...ciniche opinioni...
...ciniche opinioni...
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[Luca De Simone]
[Luca De Simone]
