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02 luglio, 2007

...pares inter pares...

Week end fuori città, lontano da casa e da tutti.
Per trovare il mio posto.
E per riflettermi negli occhi di persone sconosciute.
Non in uno specchio d’acqua come Narciso.
E mi ha fatto bene, alla mente e al cuore.

Un sabato mattina iniziato in anticipo rispetto al programma che mi ero fatto la sera prima. Non per il caffè o per insonnia, ma per un crampo al muscolo, mal di testa e qualche “capriccio” del cuore, quello del fisico stavolta.
Il mio corpo stesso che si ribella per le tensioni sopportate e protesta per i miei tentativi di autodistruzione.
Ha ragione.
Ma il fatto è che molto spesso mi accorgo di alcune cose importanti proprio nel momento in cui iniziano a sfuggirmi di mano, quando inizio a perderle.
“Stringerai la presa o lascerai andare?”
Tengo ferma la mano e saldo il cuore.
E mi lascerò andare allentando la morsa che ho su di me.
Già oggi ho fatto un altro piccolo grande passo.

Biglietto rapido alla macchinetta: sola andata. Per il ritorno ci penserò quando vorrò tornare. Mi arrangerò.
Mi ha colpito una ragazza che per  tutto il viaggio in treno ha tenuto abbracciato a sé, in piedi, un grande pupazzo dell’asino blu di Winny the Pooh che a sua volta abbracciava, allo stesso identico modo, un grande cuore su cui era scritto “I am blue without you”. Ho provato dolce tenerezza mentre dietro agli occhiali da sole stavo quasi per commuovermi.
L’occhio lucido c’era e se fossi crollato non mi sarebbe importato di chi avrebbe visto o cosa avrebbe pensato. C’è mancato poco.
Ho sempre avuto l’occhio lucido facile, soprattutto per le grandi e meravigliose emozioni di cuore.
Forse è per questo che sono un pessimo bugiardo. Perché sono limpido quando sono me stesso e i miei occhi di fango tornano ad essere semplicemente i miei occhi.
Chissà se chi dice di conoscermi si è mai accorto che quando sono felice mi brillano gli occhi in questo modo.
 “…lo scalpello qui e una martellata non troppo forte…ecco, questo pezzo di roccia non serve più qui…”
Quella ragazza è scesa alla mia stessa fermata, abbracciando quel pupazzo come se stringesse a sé tutta la sua vita.
“Cosa sto stringendo tra le mie braccia?”

Una nuova città tutta da scoprire a non molti km da casa. Nessuno zaino sulle mie spalle. E la segreta voglia di perdermi per poi ritrovarmi, il desiderio di scoprire le cose più semplici e banali di me stesso. Che sono sempre state tutto per me.
Vivo di loro.
Per questo non sono poi tanto banali al mio sguardo.
Sono i granelli di pietra che compongono una scultura.
È provare meraviglia nonostante gli schemi ricorrenti del comportamento umano.
È la leggerezza di quel cuore sulla bilancia di Anubi.
“È questa la mia  piuma da mettere sull’altro piatto?”

Ho incontrato per caso la morosa di un mio amico mentre stavo camminando. Ci siamo fermati a parlare prima sulla strada, poi comodi al bar, occhi negli occhi.
Siamo usciti insieme in gruppo quattro, al massimo cinque volte in due anni, ma abbiamo avuto tanta confidenza sin dall’inizio. Questione di chimica, di auree o semplicemente di occhi. Quel tipo di presenza che ci fa sentire a casa. È la gioia fatta persona lei, capace di toccarti l’anima e mostrarti i suoi colori con grande delicatezza e gentilezza. Anche lei ne ha passate tante.
Abbiamo parlato delle nostre vite, del presente, del mio progetto di metter su casa, del suo progetto di una fondazione per bambini orfani o senza affidamento, di alcuni progetti per il futuro prossimo e venturo e di alcuni segreti dell’intimità.
Ci siamo salutati con la promessa di ritrovarci a fare di uncinetto dopo aver preparato conserva e confettura una volta che saremo diventati nonni, con i nostri marito e moglie fuori dalle scatole a far commissioni.
Mi ha divertito l’immagine. Mi sa che da nonno avrò ancora meno tempo libero di adesso.
Se fossi partito soli 5 minuti più tardi o se non avessi preso quella strada non l’avrei incontrata.
Difficile pensare alla casualità.
“I viaggi bizzarri che ci spinge a fare la vita sono lezioni di danza impartite da Dio.”

Ho girato a lungo per la città, perdendomi per stradine sconosciute, ascoltando suoni e respirando profumi nuovi. Immaginare il quotidiano dei passanti e come potrebbero essere le giornate del resto della mia vita in quella città che unisce l’antico al moderno, con tante piazze, chiese e tante statue e sculture.
Amo le sculture.
È la forma di arte che più suscita in me forti emozioni.
Non mi sono messo a progettare il mio domani. Mi sono semplicemente lasciato trasportare dal vento dei miei sogni.
“Pensavo di non averne così belli.”

Un giro in libreria, compro un libro consigliatomi settimane fa da Mara, proprio lei che ci mette anni per finirne di leggere uno e che è capace di leggerne 4 contemporaneamente. Vero bambolina?
Due coca e due tramezzini al tonno in un café-bar. Tavolino quadrato bianco. Sedie in plastica arancione, trasparenti.
Mi piace come colore, l’arancione. Ma ancora non ho deciso se le metterò in cucina o in salotto, perché sicuramente ne vorrò come minimo quattro, di sedie arancioni. Forse per il terrazzo o per il giardino.
Musica da aperitivo, tra un morso e l’altro ho iniziato a leggere il libro e a divorarne le pagine.
Riflettendomi.
Ho sempre avuto questo vizio. Più che altro è una necessità.
Osservandomi e guardandomi mentre mangiavo, leggevo e pensavo.
Il riassunto di molte mie giornate: un tavolo per due con una sedia vuota.
“Chi è che manca?”
Ad una prima occhiata direi che è qualcun altro che manca dal mio tavolo perché sono io quello seduto da una parte, ma in questo ultimo periodo sono sicuro di essere io a mancare dall’altra parte del tavolo.
Credo sia da qui che nasca il mio senso di scomodità.
“Mi sto cercando. Per esser completo.”

Una gara di cosplayers vista da spettatore. Una cena assieme a loro, ragazzi che non conosco.
“Perché no?”
Firenze, Roma, Milano. Ragazzi e ragazze. Accenti diversi, storie proprie, mondi da scoprire.
Occhi vivi. Curiosi. Come me.
Unici nomi tra tanti. Come tanti Piccoli Principi per la Volpe, in una giornata dal colore dei campi di grano.
Ciò che mi ha sciolto e toccato nel profondo è stato verso fine cena. Una delle ragazze davanti a me, che per tutta la cena mi ha ascoltato, mi guarda e mi fa:
“Mi piace il tuo modo di sorridere. Mi ricorda molto quello di un mio amico.”
Disarmante. Soprattutto a tutto pensavo fuorché al se sorridevo o meno.
Perché non si pensava all’imbrocco.
È stato perfetto.
“È una cosa positiva o negativa?” faccio io pur conoscendo già risposta, desideroso di scoprire qualcosa di più sulla nuova interlocutrice. È così che abbiamo rotto il ghiaccio.
Tra le tante cose di cui abbiamo parlato ho scoperto che studia nel liceo dove diedi la maturità, nella mia città.
Se è piccolo il mondo? No, non è piccolo. È che le persone sono grandi.

Al tavolo mi sono divertito.
Ho parlato tanto e ho ascoltato tanto.
La cosa singolare è che molti mi han chiesto, imbarazzati, il nome solo a fine serata, mentre io li chiamavo già dal pomeriggio con il loro.
Mi ha divertito vedere il rossore sfiorare alcune delle loro facce, ma soprattutto mi ha fatto piacere di aver parlato e scherzato con ragazzi e ragazze guardandoci costantemente negli occhi, senza distogliere lo sguardo.
Sentire se stessi tra pari. A fanculo i livello.
Di sentirsi come dei super eroi che si riuniscono: ognuno totalmente diverso dagli altri, eccezionale e unico, ma pur sempre un super eroe.
Non si tratta di parità di livello, perché Batman, pur non avendo super poteri, potrebbe fare il culo all’Uomo Ragno, ma Superman potrebbe farlo a Batman.
Si tratta di connessione, contatto, dialogo indiscriminato.
Credo sia questo che mi ha messo totalmente a mio agio, facendomi lasciare la presa sui freni dell’anima.
Semplicemente me stesso, senza condizioni.
E questo ha messo anche loro a proprio agio.
Un pari tra i pari.
Non un principe. Non un “primus inter pares”, ma un “pares inter pares”.
Ed è una bellissima sensazione perché non ho rinunciato ad essere me stesso, alla mia diversità.
Pares inter pares

Poi pub. Ultima serata prima della chiusura estiva, diceva in cartello fuori dalla porta.
Se il mondo è piccolo? No, non credo.
È che noi siamo come gocce d’acqua in un grande mare.
Mi sono messo in un tavolo da sei seduto con una mia amica per parlare con lei.
Gli altri a far casino e a far giochi di società, e a smaliziare sull’ipotesi che io ci stessi provando.
Passa la cameriera, mi guarda, porta da bere al tavolo vicino, poi al ritorno si ferma da me.
“Ciao, ti ricordi di me?”
Ha seguito un corso di apprendistato di ufficio con me. Gentile, mi ha detto che avrebbe abbassato la musica se era troppo alta, o cambiata se non era di mio gradimento, giustificandola con un “è la serata prima della chiusura, facciamo baracca” e mi fa l’occhiolino. Ho scambiato un’occhiata complice con la mia amica, dicendo che andava bene così, ringraziandola.
Anche lei ha smaliziato.
“Cosa prendete?”
“Un caffè shakerato per me”.
“Anche per me”.
Mi ha fatto piacere rivederla. Tra poco più di un mese si sposerà.
Chissà come cambierà la sua vita.
Poi sono tornato a dialogare con la mia amica, e non nascondo che mentre parlavamo e ci guardavamo, forse per la prima volta senza affanno e senza ricerche disperate, con il cuore tranquillo, mi sono domandato segretamente “Come sarebbero il resto delle mie giornate con te al mio fianco? E se avessi cercato il mondo finora quando magari l’ho sempre avuto davanti ai miei occhi?”
“Gli occhi sono occhi perché ti vedono. Tu cosa vedi?”
Così ho pensato a cosa realmente avrebbe riempito un giorno la mia casa.

La domenica ha avuto più o meno lo stesso sapore: ristorante e riposante nonostante le sole quattro ore di sonno.
Uno sguardo oltre lo specchio che mi ha portato a casa con il sorriso e tante cose nuove.
Soprattutto il respiro necessario per poter elaborare un lutto che mi sono imposto tempo fa.
È stato tutto perfetto.
Sono contento di esser partito senza niente, ed esser tornato con una parte di me stesso.

…pares inter pares…
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[Luca De Simone]