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27 giugno, 2007

...faber fortunae mea...

È il quinto giorno di febbre e come al solito continuo ad andare avanti.
87 battiti al minuto in condizione di riposo, non sentire il caldo e grondare di sudore, labbra screpolate, gola infiammata.
Credo che una corretta alimentazione sia tutto quello che serve al mio corpo per reagire dalla malattia, oltre a qualche piccolo accorgimento di empirico buonsenso.
“Per dare occasione al corpo di poter reagire, dato che la mente lo fa già.”
Le medicine preferisco lasciarle alle case farmaceutiche e ai rappresentanti con i loro gratuiti flaconcini e confezioni di farmaci per cavie di laboratorio.
Un terzo di una cura è condizionamento mentale.
“Un altro terzo è effetto placebo.”

Bici, lavoro, casa poi studio.
“La solita routine.”
Disegno, musica, psicologia, approfondimenti storici, programmazione.
“Ho sempre ammirato la figura dell’eclettico.”

Ieri mi sono vestito di nero dopo diverse settimane: tenuta sportiva.
Mi sono trovato bene, come un manto che ricorda a tutto e a tutti che sono io.
Non un nero morte, ma un nero abisso di profondità, talmente immenso da non poter provare nemmeno vertigine.
Non un nero repulsione, ma il nero del cielo notturno, che dà risalto alle stelle.
Un nero individualità del mondo, non di me stesso.
Perché sono parte del mondo.”

Protezioni in spalla, rattan in mano.
Auricolari, tasto play, shuffle mode on: solo rock.
Sì, sono proprio io.”
Mi fa stare bene, anche se la tensione continua ad esserci.
Per non parlare del nervosismo di quando non sono in salute.
Ma questa volta sono saldo. E molto severo e intransigente riguardo alle mie tensioni.
“Non so per quanto.”
Faccio del mio meglio.
“Si fa quel che si può.”
Per ora ho il controllo.
“La superbia precede la caduta.”
Sto solo cercando di prendermi cura di me e di continuare a stare in piedi.

Ho attraversato la città senza passare dalle stradine secondarie.
Ho incontrato di fretta una ragazza che abita nel mio condominio da più di un anno.
Ci incontriamo sempre di fretta.
“Neanche farlo apposta.”
Ci salutiamo sempre di fretta.
Forse un giorno ci fermeremo e ci presenteremo.
“Perché?”
Curiosità di spezzare gli schemi di una giornata gettando un sasso in un lago.

Ho incontrato un bimbo alto a malapena fino alle mie ginocchia.
Sua madre seduta sugli scalini, a guardarlo mentre giocava da solo.
Mi è venuto incontro, saltellando.
Non ha guardato il mio rattan o la mia grande borsa.
Mi è venuto davanti e chinando il capo sulla spalla sinistra mi ha guardato negli occhi.
Mentre camminavo.
“Chi sei, o viaggiatore dell’ovest?”
Ho dispiegato tutte le pieghe e ali dell’anima sorridendo di impulso.
Fuori dagli schemi. Mi ha messo a mio agio.
Lui mi ha sorriso.
“È uno dei segreti della vita.”
Vero.

Ho incontrato una ragazza che faceva jogging. Bei lineamenti, bei occhi.
Una rapida occhiata ai gomiti.
“Direi che non ha più di 26 anni.”
Una bella occhiata alle sue forme.
“Niente male.”
Giorni di grandi appetiti.

Ho poi incontrato un altro bimbo, questa volta alto due dita in più dell’altro.
Seduto sullo scalino di un negozio in allestimento.
Giocava con animali di plastica.
Ricordo di aver visto un leone, una giraffa e un grande elefante.
L’immagine di quel bimbo ha suscitato in me serenità, dipingendo un altro sorriso.
Forse quel bimbo mi ha visto e mi ha detto “Ciao”.
Con distensione e abbandono ho ricambiato.
Continuando il mio cammino.

In quei bimbi ho rivisto il mio “io” bambino di prima che cambiasse tutto.
Il sollievo di vedere riflesso in quello scambio di sguardi che il mio c’è ancora.
“C’è sempre stato. È sempre con te.”
Le speranze che almeno loro possano essere semplicemente bambini e con i pensieri da bambini.
In quei bimbi che giocavano da soli mi sono rivisto.
Ed ho rivisto l’infanzia che non mi è stata concessa dalla vita.
“Non puoi farne una colpa a qualcuno”
Semplicemente noto la differenza e spero che la vita sia più delicata con loro.
“Speri che qualcuno ti riscatti da un senso di colpa che non ti appartiene.”
Non è semplice sbarazzarsene.
“Perché uno scudo ammaccato non è uno scudo da buttare via. È uno scudo che ti ha sostenuto nella battaglia.”
Perché ancora non ha una forma ed un luogo.
E anche se li avesse, resta il fatto che i bimbi sono la gioia del mondo.

Quasi dimenticavo.
Ho superato l’esame di spada sola.
L’orgoglio di avercela fatta. Di aver concluso una cosa che avevo lasciato in sospeso per tanto tempo.
Di aver raggiunto una meta di passaggio con le mie sole forze e la mia determinazione.
Con l’appoggio di chi mi ha dedicato tempo ed energie per raggiungerlo.
Quegli applausi e complimenti erano per me.
Tra tante cadute e insuccessi, il trionfo di ieri mi ripaga di molto.
Un sogno di bambino finalmente raggiunto.
Una corona sudata di cui nessuno può ormai privarmi.

...faber fortunae mea...
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[Luca De Simone]