Questa notte mi è venuto ad abbracciare Morfeo portando con sé legioni di sogni, sia lieti, sia angoscianti.
Sogni che sono le voci che durante la veglia non vengono ascoltate, o a cui non viene data l’attenzione dovuta.
Le voci di me stesso che si esprimono attraverso simboli per essere viste.
Esattamente come quando io disegno, suono o semplicemente creo.
Emozioni.
Non importa quanto grandi o piccole siano: sono tutto ciò che conta.
Sono il metro, lo scheletro e l’essenza della vita.
Un saluto, un sorriso, una carezza.
Sono piccole cose agli occhi del corpo.
Sono tutto allo sguardo dell’anima.
Contatto.
Un ponte tra due mondi.
Tra l’io che vive alla luce del giorno e la persona che sono nel lato oscuro della mia folle luna.
Un ponte tra due persone capace di varcare i confini dello spazio e del tempo.
Un ponte i cui pilastri nel baratro sono creati da fiducia e fede.
Può esistere solo se ci si crede sinceramente.
Solo se è pieno desiderio del cuore.
Desiderio.
È una parola bellissima.
Piena.
Non è solo brama, cupidigia, passione, condivisione, speranza o mera volontà.
È qualcosa di ancora più grande e che non prevede solo se stessi.
È desiderio.
Amo questa parola.
E provo rabbia contro chi la pronuncia senza onorarla.
Forse perché sono sempre stato piuttosto silenzioso e peso molto le parole, cercando di trovare quella più adatta per esprimere ciò che sento.
Perché ogni parola è differente dalle altre e non credo nei sinonimi per esprimere lo stesso concetto.
Credo fermamente che ogni parola è simbolo dei miei pensieri, il vessillo della mia presenza fisica e mentale.
Esiste una bellissima parola indiana, a questo proposito, “Namaste”, ed esprime questo pensiero:
“Io onoro in te il luogo dove risiede l’intero universo. Se tu sei in quel luogo in te, e io sono in quel luogo in me, siamo una cosa sola.”
Presenza e coscienza di essere presenti.
È unione e non si tratta di qualcosa che divide.
È bello unire.
È meraviglioso essere uniti.
Le parole, come ogni simbolo, vengono usate per ferire pur essendo immateriali.
Sono energie, come il fuoco, il fulmine, il vento e il sorriso.
Energie che si manifestano sempre in ciò che esiste, con tutta la loro forza e, se così forti da poter ferire e annichilire, sono in egual misura forti a sufficienza per curare, costruire, educare.
Così forti per dare vita.
Per rigenerare.
E, quindi, anche per amare.
È questione di volontà, ma ancor più di coscienza.
Ogni parola è un simbolo, compresi i silenzi, i punti, le virgole e tutto quel che c’è, ma che non si può dire con il suono della voce.
Un simbolo vale nulla se è privo del proprio cuore, perché è proprio questo ciò per cui viviamo e ciò che ci rende non morti tra i morti.
Vivi e non sopravvissuti.
Ma è anche vero che c’è un tempo per vivere e un altro per sopravvivere, per poter scoprire nuovamente la magia e la meraviglia di vivere ancora, in un ritmo scandito dai flutti del grande mare, onda dopo onda, sulla spiaggia dove, distesa, si spiega tutta la propria esistenza.
Forse sono molto fortunato ad avere il dono dell’empatia e vedere sfumature del mondo che non tutti riescono a scorgere.
Si tratta di desiderio e di ciò che ti concede quando non tradisci te stesso:
vita nel palmo della propria mano.
Diventi un tessitore del fato, tuo e altrui.
È come essere figlio, padre ed amante al tempo stesso.
Una volta che la vita ti tocca la mano per il tuo desiderio è quasi impossibile evitare di prenderti cura di lei, in tutte le sue forme.
Compreso il mare e la stella più lontana.
Un abbraccio di anime.
Perché è meraviglia ciò che suscita il desiderio.
Null’altro.
Guardo distrattamente l’ultimo post e quando rileggo “Amor ch’a nullo amato amar perdona” il cuore palpita più forte.
La vista si appanna leggermente e la gola si dilata per fare entrare più lentamente aria nuova, perché l’apnea di pensieri e ricordi mi spinge ad annaspare in superficie, in cerca di ossigeno con violenta bramosia.
Ma al solo pensiero di immaginare tutta l’aria che il corpo della mia brama domanda rabbrividisco. Viva è l’impressione che i polmoni non sarebbero abbastanza grandi e che il cuore entrerebbe in fibrillazione fino ad esplodere.
*BOOM!!!*
Perciò cerco di mantenere il controllo, parzialmente conscio che la violenza di questo solo pensiero di apnea è di gran lunga superiore a quella che effettivamente potrei affrontare.
Mi confronto con io, me e me stesso per mantenere lucidità e riuscire a vedere dentro di me, discernere emozioni, pensieri e realtà vissute per fare ordine.
È il mio folle nuotare negli abissi di me stesso al margine della mia pazzia per scoprire chi sono.
Perché la lucidità si trova nel centro di convulsione, dove la follia viene consumata dall’anima spaccata in due.
Seguo quindi a ritroso il filo di Arianna inoltrandomi dentro il mio tetro e labirintinico abisso e mi accorgo di rivivere, come fosse il presente, molti momenti vissuti con intensità.
Attribuisco valori e giudizi alle persone protagoniste.
Non so quanto giusto io sia come giudice, ma non credo di errare in questa mia convinzione:
se sinceramente una persona desidera, allora può.
Allora riesce.
Un “volere è potere” visto in chiave di desiderio e presenza.
Questa è la mia risposta ai “Perché sei così buono con me?”.
Non fa parte della mia natura essere buono.
Lo sono perché sono io a desiderarlo. Con te. Per onorarti e tanti altri motivi.
Perché sono di carne e sangue come ogni altra persona, una goccia nel mare con un desiderio irripetibile in sé e capace di molto.
“Potrai mai perdonarmi?”
Posso. Sì, è vero: posso. Ma non lo farò, perché il perdono non lo si può mendicare.
Il perdono va meritato. Va conquistato. Proprio come tutto ciò a cui diamo più valore in assoluto.
Se lo si mendica, beh, non gli si è dato molta preziosità.
Non è odio questo. Né presunzione.
Semplicemente desiderami, se sei sincera.
Meravigliami.
E ti donerò il mio sorriso più vero.
“Scusami”
No, avevi davanti una scelta, ed hai optato per la tua convenienza. Non posso biasimarti, sono una persona anche io. Vulnerabile e fragile. Ma abbi la maturità di assumerti le responsabilità delle conseguenze delle tue azioni e parole.
Se davvero ti importa di me troverai un modo per riconquistarmi.
Non a parole.
Tutti sono capaci ad usarle.
Io desidero vedere il bianco del tuo bigliettino per me.
Guardarti negli occhi e vedermi riflesso perché mi stai guardando, e non guardarti mentre distogli lo sguardo per non sostenere il mio.
Non chiamarmi per nome ora che lo pronunci come se fosse una casa vuota, privo di calore, per lenire un dolore causato dallo strappo al cuore delle distanze che tu hai messo.
Non è questo il suono che aveva prima dalle tue labbra.
Desiderami.
Meravigliami.
Ma mi basta guardarti negli occhi per sapere che non ci sarà mai quel tuo bigliettino bianco per me. E che nei giorni a venire abbraccerò non più la donna che sei, ma solo un corpo che cingerà meccanicamente il mio petto.
Una persona di circostanza rifugiata dietro alle sue paure.
La paura la conosco bene e credimi se ti dico che chi trema è morto ancora prima di morire.
E le notti in cui mi cercherai piangendo ti guarderò stringendoti a me, lasciando che le tue lacrime bagnino il mio cuore e alberghino nei miei abissi, segretamente. La sola occasione per ammirarti nuda dei tuoi muri, anche se non so con quali occhi ti guarderò.
Anche se non ci sarà mai quel tuo bigliettino bianco per me.
Perché non c’è più il desiderio ad illuminare i tuoi occhi ed è come se fossimo due perfetti estranei, nonostante gli anni che abbiamo condiviso.
E sai bene quanto me che non si può desiderare da soli.
Perciò so che non mi meraviglierai.
Segui allora la tua strada, ma non mendicare alla mia porta, perché ti ho dato tutto quello che potevo e mi hai sempre detto che non ti bastava.
Ti ho dato ciò che non credevo di avere, ogni volta a reinventarmi da capo. Nonostante tutto mi hai dato la possibilità di scoprirmi e capire che pur nella mia mediocrità straordinaria posso essere un sole nel cielo se solo lo desidero.
È giusto che tu cerchi qualcosa di più. Cercalo, ma non mendicare alla mia porta, perché non ti basterà ciò che troverai in casa e perché non sarò più io ad abitarla.
Peccato, ci avevo creduto fin dall’inizio.
A tal punto che anche ora sarebbe incredibilmente difficile parlare della mia vita senza parlare di te.
“Amor ch’a nullo amato amar perdona”.
Direi proprio di no. Sono sazio di questo piatto. E poi, non sono mie parole.
“Ama sol quel cuor che per te si strugge”.
È completamente diverso.
È…
…desiderio…
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[Luca De Simone]
[Luca De Simone]
