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01 marzo, 2016

...sepolcri...


E così, eccomi qui, di nuovo. Per dire ancora non so che cosa, ma le dita scorrono rapidamente sulla tastiera.
Lettere, premute una dopo l'altra, che sembrano dare una forma, attraverso i miei pensieri, ai miei stati d'animo così contorti ed articolati da rendersi quasi enigmi. Da risolvere.
Scrivere per me è un'esigenza che nasce puramente per soddisfare questa necessità.
Come se, ogni volta, fosse un esorcismo.
E non so mai cosa mi attende. Quali conclusioni otterrò, quali mostri affronterò, quali soluzioni adotterò.
Scrivo per cercare di stare meglio e dedicarmi maggiore attenzione.
Scrivo per rileggermi.
Scrivo per cercare di salvarmi dalla mia parte oscura, quando prende il sopravvento.

Quando mi addentro dentro alle mie stanze e provo a riaffrontare, una ad una, tutte le cose che in me ho sepolto in sepolcri sigillati da lungo tempo.
È tempo di dare nuova luce e nuovo uso a queste stanze, affinchè ospitino vita e non paura.

Gli ultimi giorni non li ho trascorsi "tranquillamente", anzi, sono stati pieni di turbamento. Di quello scomodo e insopportabile. Ed è un casino quando, alla fine, dopo tante belle parole e riflessioni, mi ritrovo a non sopportarmi e, a seguire, anche tutto il resto del mondo. Del mio, di mondo.
Ho provato furia. Rabbia di quella rovente, scottante. Di quella che sgorga ed esplode come un vulcano dalle viscere di me stesso, e che si nutre ulteriormente del senso di sconfitta, provato dalla parte cosciente di me, per l'essersi lasciato dominare e controllare da qualsiasi cosa che non sia lei.
Un bel casino, insomma.
Mi è sembrata così assurdamente insana la catena di eventi che, come un tifone, si sta abbattendo nelle mie giornate da andare ben oltre la mia capacità di comprensione.
Ma, in un certo senso, forse è meglio così. Poter manifestare un'emozione così forte da riuscire, in breve tempo, a fare terra bruciata tutto intorno a me, piuttosto che non provarne affatto o fingere che vada tutto bene.
No, non va tutto bene. O meglio, non va come io vorrei, ma sono in prima linea e provo ad essere l'one-man-army, perchè devo farcela.
Perchè me lo devo.
Ma devo fortificarmi ancor di più, pur sapendo che farà ancora più male.
Come ogni trasformazione, del resto. Come quando da bambino crescono i primi denti, lacerandoti la gengiva.
Sarà forse per questo che ho spesso l'impressione di essere un pezzo di ferro, trattenuto tra l'incudine ed il martello del fabbro con un paio di pinze. Non è che hai tante vie di fuga.
Ed in quel sentirmi in trappola, viene lecito domandarmi: a quale pro? Perchè?
Le prime risposte provano ad aggrapparsi a qualcosa di molto astratto, ed altrettanto pericoloso. Alle solite frasi del tipo che lo spazio per la felicità è scavato dal dolore, che patiamo oggi per una ricompensa futura, e via dicendo. Pericolose, perchè non sono altro che un cercare di giustificare la propria impotenza agli eventi, delegando, tra l'altro, le aspettative di una ricompensa certa in un futuro indeterminato.
Pericoloso, perchè poi alla fine, inizi a credere davvero che quella ricompensa, tanto agognata, esista davvero, non soppesando per nemmeno un attimo l'idea che vivo qui ed ora, ed il domani potrebbe mai sopraggiungere.
È solo questione di onestà nei miei confronti. Così provo a cercare altre risposte a quella domanda così banale e difficile.
Poi entra in gioco una cosa ancor più diabolica della prima: il senso di punizione e auto punizione, che amorevolmente chi ci ha amato ci ha instillato dentro al petto.
Pensi di trovarti in una data situazione o stato per il semplice fatto di aver sbagliato qualcosa, di aver sbagliato i calcoli o di esser, tu stesso, quello sbagliato.
Sono entrambe linee dominanti di ogni persona, penso, che molto hanno in comune con le stereotipate cinque fasi del lutto.
Allora pensi: cavolo, ci deve essere assolutamente dell'altro! Io non sono come il resto delle persone!
Pensiamo di essere speciali e, pertanto, di meritare un destino di riguardo.
Io credo, almeno per quanto mi riguarda, di non essere l'eccezione, ma la regola. Certo, ogni creatura, persona o sasso che sia, è irripetibile e unica, ma non può sfuggire spontaneamente a cose come la forza di gravità o dal non sanguinare se ferito.
Per cui, certe cose accadono e basta, senza il bisogno di un motivo.
Per cui, la domanda più opportuna è: cosa fai adesso?

Stacco la spina, slaccio i contatti, soprattutto riprendo fiato dagli affanni e da tutto ciò che mi fa male, ora.
Questo accade quando mi lascio "andare" e non ho più il controllo del mio animo, così capace di accendersi come un sole brillante di una bellissima giornata ed altrettanto capace di amplificare il proprio fuoco del suo stesso fervore.
Già, dimenticavo, per quasi tutti sono quello "tranquillo, sereno e pacato", ma solo perchè conosco bene i miei labirinti e so come fuorviare con le mie maschere da guerra, con le mie "mempo".
Fa parte della mia natura malata di baro. Fa parte del mio insicuro bisogno della certezza di sapere che chi mi si avvicinerà, lo farà perchè non intimorito dall'espressione della maschera. Lo farà perchè avrà il cuore più forte del mio.
Solo per evitare che altri accendano e accedano al centro delle mie emozioni e facciano più casino di quello che riesco a crearmi io stesso, da solo.
Solo per questo.

Tornando al discorso della rabbia, ho avuto modo di constatare sulla mia stessa pelle, sul mio stesso vissuto, che, fondamentalmente, mi incazzo per tutte le libertà che gli altri si concedono e che vorrei concedermi pure io, ma non posso. Un "non posso" da intendersi come un "non me lo concedo" o "non devo".
Questa conferma non fa altro che scoperchiare un altro dei miei vecchi sepolcri, e mi fa riflettere sulle validità di tutti quei "non devo".
"Volere è potere" dice un detto. Volendo, posso bucare anche io i semafori rossi, prendere appuntamenti e non rispettarli, far casino nel cuore della notte o mandare a fanculo le persone senza tanti giri di parole.
Però, a domandarmi, "Ma veramente lo voglio?" molte delle incazzature svaniscono all'istante.
Dunque la chiave è nel capire cosa voglio e se lo voglio veramente, non il perchè lo voglia.
E, quasi sempre, il solo modo per capirlo è provare, andando per tentativi.
Come riportava un meme letto mesi fa, "Meglio cacarsi addosso che morire costipato", sintesi perfetta ed omogeneizzata di tutto questo papiro.

E, nel frattempo, si va avanti. Si lascia andare qualcosa di non più necessario. Si allenta la presa alla fune.
Due mesi di quest'anno bisesto sono ormai andati. Ne rimangono altri dieci.
Attendo l'autunno con il sorriso di chi ha sbirciato.
Sperando di non impazzire prima di allora, mentre uno ad uno scoperchio da solo i miei più segreti...


...sepolcri...

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[Luca De Simone]