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29 settembre, 2015

...classe B...




Passo dopo passo, l'incedere della vita mi porta altrove.
Non è come un semplice passeggiare per sentieri, su cui la strada è già battuta e su cui puoi andare avanti o tornare indietro. È più simile al navigare in mare aperto, in cui i punti di riferimento sono pochi e mutevoli. In cui si può esser convinti di andare avanti anche quando, effettivamente, si gira intorno.
La preoccupazione di inizio viaggio è raggiungere la propria meta, ma ben presto ci si accorge che bisogna prima sopravvivere al rollio della nave e al mare in tempesta.

Anche il mare piatto incute timore, diventando un infinito specchio dei propri pensieri.
È allora che riesci a scorgere, dentro di te, il tuo io presente, segnato dal viaggio, e tutti i tuoi io del passato.
Involontariamente noti le differenze e non puoi esimerti dal domandarti chi sei e cosa sei diventato.

Gli istanti di un attimo scorrono inesorabili davanti ai miei occhi, come se a loro poco importasse del presente.
Già...loro fanno già parte dell'eternità del tempo. Fluiscono, si ripetono. Altri si inabissano.

Guardo al passato, mentre cerco le ragioni del mio essere di ora.
Istanti in cui, per alcuni, sono stato il nulla.
Altri istanti in cui sono stato tutto.
Persone per cui sono stato poco.
Persone per cui sono stato troppo.
Persone per cui sono stato semplicemente comodo e utile.
Istanti in cui sono stato odio, in cui sono stato affetto, in cui sono stato amore.
In cui sono stato morte e freddezza. O in cui sono stato caldo tepore in notti buie.
Sono tutti istanti che spaziano da un capo all'altro dell'orizzonte, che di estremi non ne ha.

Nella mente, piccola se paragonata alla dimensione delle emozioni, provo a trovare un nesso, un comune multiplo, una costante che possa rispondere alla domanda più fondamentale che ci si possa fare: chi sono?
Di certo non sono il dipinto di altri.
Non perchè ritenga impossibile essere il cattivo ed il buono al tempo stesso, ma perchè io non sono le aspettative altrui. Io ho le mie, di aspettative.
Penso sia questo il motivo principale per cui sono allergico ai vezzeggiativi, ai complimenti, alle varie gratitudini. Non le capisco e, molto spesso, si tratta solamente di convenienze.
L'utile, ma non necessario.
Tuttavia la vita non può ridursi solamente a questo pensiero cinico e meccanico.

Ma la sofferenza di dentro, rappresentabile forse come tutti quegli istanti che si inabissano al solo sguardo, c'è. È il dolore di indossare una maschera bruta, per poi cambiarla con una gentile e bonaria.
È il dolore del sentirsi soli e sopravvivere a se stessi, del sentire che, sotto la superficie della pelle, molte cicatrici sono ancora ferite aperte e sensibili al tocco.
Sono paure mai risolte, sono dolori che per sempre mi accompagneranno nella vita. Sono mostri che imprigiono nel mio silenzio, con il timore che possano aggredire il prezioso sorriso di chi mi circonda, che è la mia forza. Che mi permette di stare a galla.

Tante, tante volte mi sono sentito morire dentro per i paragoni di dolore. Stando al resto del mondo, il loro dolore è prioritario, è più "dolore" di quello che da sempre mi porto in grembo.
Avrò la lingua spezzettata a furia di mordermela in extremis, per evitare di esclamare "Guarda che soffro anche io!".
Credo che, comunque sia, il dolore non abbia colore e che non esista un dolore più grande o più piccolo. Il dolore è dolore per tutti, a poco importa se sei un cane o una persona.
Il dolore ti logora dentro, ti impregna di paure che resistono alla luce del sole...ti sottrae il sorriso e ti deruba di alcuni battiti del cuore.
Non credo sia cinico, nè egoistico. Penso sia solo per rispetto del dolore altrui che me ne sto zitto, che mi armo di un sorriso dipinto e provo a infondere finta tranquillità per dare un poco di sollievo al cuore martoriato.
Per questo, per il mondo intero, io sono "un grande".
No, io sono di carne e sangue come voi e mi reggo a malapena in piedi, tormentato dal mio inferno personale. Ognuno ha il suo, vero.

Non posso farne una colpa agli altri per come è andata o sta andando la mia vita: dopotutto è il frutto delle mie scelte e del mio modo insano di pensare.
Beh, posso solo dire che non è facile crescere nella povertà, senza avere un buon padre, doversi arrangiare e dover sacrificare il mio esser "bambino" per crescere in fretta.
Non è stato facile subire violenze e cercare di fare di tutto per non diventare, a mia volta, quel mostro. Non è stato facile lasciare ogni cosa per intraprendere il mio di viaggio.
Ma soprattutto, non è facile abitare nei propri silenzi e convivere con tutto questo, che c'è, ma non si può dire. Perchè è un dolore di classe B.

La cosa buffa è che poi le persone se ne risentono se qualcosa mi indispettisce, se la pazienza e tutta la mia temperanza sfuma nell'aria, dissolvendosi.
"Si prende molto di più con il miele che con l'aceto..."
Quante volte me lo sono sentito dire. Il miele serve solo per il quieto vivere e per abituare le bocche ad un gusto distorto della vita, in cui non tutto è dolce.
Questo lo sappiamo tutti.
"Ti sei dimenticato di come si fa a sognare?"
No, non l'ho dimenticato. Mi manca. Semplicemente evito di farlo per non perdere di vista la realtà dei fatti, di come stanno le cose.
E non nascondo il fatto di evitare di farlo per evitare la frustrazione di dover raccogliere ogni volta i miei stessi cocci e frantumi, e gettarli nel cestino.
"Forse non sogni abbastanza forte..."
Forse. Ma ignorare la realtà non è sufficiente per evitare le conseguenze di averla ignorata.
"E quindi?"
E quindi fanculo tutto. Il viaggio prosegue.
Se non ho amore per me stesso, come posso averne per gli altri? Iniziamo da questo.
Sopravviverò, come sempre, insieme al mio dolore silenzioso di...


...classe B...
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[Luca De Simone]